lunedì 3 maggio 2010

La mia idea sull'aborto: obiezioni ricevute

Ho provato a sottoporre la mia idea ad alcuni amici. Non dico che le loro risposte siano state evasive (farei ad esse un torto, perché erano ricche di significato e foriere di ulteriori spunti), ma molte di esse tendevano ad allargare un po’ troppo il discorso, e in questo genere di argomenti è facile disperdersi fin dalle prime battute, senza essere avanzati neppure di pochi metri lungo i binari iniziali. Così, dopo aver ricevuto i primi commenti (ponderatamente critici, ma talvolta anche favorevoli), ho continuato per un po' ad esercitare l’analisi da solo, ipotizzando qualche altra possibile replica alla mia stessa idea, insomma comporandomi da avvocato del diavolo di me stesso. Quello che trovate qui di seguito è pertanto un elenco di possibili obiezioni, in parte ricevute e in parte autoposte, con righe di risposta ed approfondimento.

Ricordo intanto la domanda di partenza:

Scusate, io vedo e leggo di tutti questi casini sull’aborto, la pillola eccetera… Ma mi chiedo, per salvare capra e cavoli, una donna che è rimasta incinta e non vuole il bambino, non può partorirlo e darlo ad un’altra (che magari invece lo vuole e non può averlo)?

Ed ecco le obiezioni:

(1) Sarei d’accordo, sebbene preferisca che sia la madre a scegliere di sua volontà se abortire oppure no.
In questo caso, non posso far altro che replicare la mia domanda di partenza. Per quale motivo la donna sceglierebbe di abortire? Per il fatto di non volere il bambino? Ma tanto vale allora che un bambino venga alla luce, per poterlo donare ad una potenziale ricevente, se ve ne sono di disposte. Insomma le prospettive iniziali della mia idea non sono ancora toccate.

(2) Rimango dell’idea che se una coppia per una volta fa l’errore, possono anche liberarsene. (leggi anche: la tragedia è che non ci sia ancora una cultura sulla contraccezione).
Idem come sopra, se una coppia non desidera il bambino, allora tanto vale che questi venga affidato ad un’altra coppia. Quello della contraccezione è un altro grande problema, ma in questo caso è un altro problema. La mia idea si rivolge ai casi di possibile aborto, fino a che ve ne saranno.
Faccio notare però, a questo proposito, come la maggioranza dei commenti che ho ricevuto abbinassero quasi automaticamente l’aborto con il fatto che la coppia abbia commesso un “errore” al momento del rapporto sessuale, quando non è sempre così, perché la legge permette di abortire a prescindere e per una serie di altri motivi (anche se il compagno, ad esempio, volesse tenere e allevare lui il bambino).

(3) Aldilà di tenere o meno il bambino, non è comunque giusto che la donna affronti i mesi della gravidanza, se non lo vuole.
Questa è un’obiezione logicamente più accettabile delle prime. Infatti è solo alla madre naturale e a nessun altro che tocca portare avanti la gestazione, con tutto ciò che essa comporta. Certo, sarebbe tutto più facile se si potesse trasferire l’embrione, o il feto, in un altro utero ospitante, ma mi dicono che non si può. Strano - ho pensato perfino - viviamo sotto un costante bombardamento di notizie per cui sembra che nulla sia più precluso alle biotecnologie. Eppure non si può sradicare un embrione che ha già aderito alla superficie uterina, senza che diventi aborto a tutti gli effetti.
Che dire? Da come mi son posto la domanda, e coerentemente con il clima che l’ha generata, penso che la possibilità di portare avanti comunque la gestazione debba essere considerata nel suo contesto. Un contesto complicato, carico di incertezze, dove solo per fare un esempio, le convenzioni mediche che hanno tentato di stabilire a partire da che momento un organismo unico e irripetibile, dotato di un proprio genoma, diverso dal padre e dalla madre, debba considerarsi essere umano, lo hanno fatto speculando sul concetto di persona ed affidandosi a presupposti come minimo filosofici (coscienzialistici, sensistici, risparmio in questa sede una dissertazione sui medesimi, magari sarà occasione per un altro post in futuro). Di fronte poi alla fuga negli Stati Uniti di coppie costrette a sborsare migliaia di dollari per un utero in affitto, l’idea di sopportare per qualche mese un pancione - e non una malattia - non mi sembra in fondo poi così aliena e scandalosa, almeno secondo un principio di solidarietà umana. Subiamo ogni giorno prediche molto più moleste su temi assai più secondari. Il punto insomma è che una gestazione portata avanti, anche di una creatura che si deciderà di non allevare, potrebbe bene rientrare nel compromesso a cui alludo.

(4) Non è chiaro se tu lo intenda come un consiglio da dare ad una donna, o come una vera e propria Legge dello Stato che la obblighi a portare avanti la gravidanza.
La mia idea potrebbe valere per entrambi i casi. Essa si presenta certamente come un’opzione suggeribile nelle situazioni personali. Ma anche se un giorno (e non credo che capiterà mai) sravolgessero davvero la 194, per un ordinamento di legge che vincoli maggiormente l’interruzione volontaria della gravidanza, ma ammetta o faciliti il disconoscimento del figlio da parte della madre naturale, ebbene sulla base del ragionamento e del concetto di compromesso che ho fino ad ora esposto, non mi straccerei le vesti e non griderei all’ingiustizia.

(5) Per ciò che proponi, ci vorrebbe una radicale modifica delle leggi che regolano la genitorialità, il riconoscimento o disconoscimento dei figli naturali, più tutta una serie di altre questioni
Le leggi si cambiano. Non dico sia facile o immediato, ma in nome della fecondazione eterologa o del cosiddetto utero in affitto si sono generate predisposizioni al cambiamento molto forti, e diversi paesi hanno già fatto passi avanti. Né credo manchino i paradossi nella situazione legislativa attuale, se pensiamo che una donna può liberarsi del feto fino al 6° mese in molti paesi europei (negli USA ancora più in là, grazie all’aborto a nascita parziale), in una struttura pubblica con tutte le profilassi mediche e i crismi del caso, salvo poi essere inseguita ed inquisita se abbandona un neonato di pochi giorni da qualche parte. Non so voi, ma a parer mio qualcosa stride in tutto questo, almeno un minimo.

(6) Si tratta di una questione prettamente femminile: gli uomini e tantomeno i Vescovi non dovrebbero avere voce in capitolo. Tu stesso che sei uomo non hai titolo per parlarne.
Strano o meno che possa sembrare, è una delle risposte che si sentono di più in circolazione (da parte sia di uomini che di donne), il presupposto, nelle sue varianti più o meno sofisticate e intellettualmente condite, con il quale si tendono spesso a chiudere e concludere le più infruttuose polemiche sul tema abortistico.
Ritengo che questo genere di obiezione sia la meno accettabile di tutte. Una donna ha occhi e testa per leggere e comprendere il senso delle righe che sto scrivendo? E perché allora non dovrebbe essermi consentito di esprimermi in merito? E magari di essere condiviso e sostenuto. Ed il ragionamento che pongo, non potrebbe essere posto anche da una testa femminile?
Si tratta di un presupposto che impedirebbe a priori qualunque riflessione o dialogo sul tema. Ma proviamo ad andare avanti e ragionare con questo presupposto secondo le sue implicazionin logiche.
D’accordo: gli esseri umani di sesso maschile non hanno titolo ad intervenire sull’argomento. Una legislazione sull’aborto dovrebbe essere prodotta da un parlamento di sole quote rosa, e nei consultori per le ragazze incinte gli uomini non avrebbero diritto a mettere piede. A questo punto mi chiedo: quale il criterio di ciò. Che cosa rende una donna capace o legittimata a parlare di aborto in via esclusiva?
Mi chiedo anche: quale tra le donne ha più titolo a parlare di aborto? Una donna che non progetta la maternità come tappa della sua vita? Una suora? Ha più titolo a parlare di aborto una madre o una senza figli? Una donna sterile od una già in gravidanza? Un’anziana o un’adolescente?
Continuate voi, se sono stato chiaro nel meccanismo. Il presupposto crea un labirinto di vicoli ciechi, che obbligano, in ultimo ed inequivocabilmente, a dirigersi verso l’esperienza della gestazione, da dover intendere sempre e soltanto come esperienza irripetibile e personale, e all’interno di essa, verso quel momento unico e assoluto (nel senso di ab-solutum, sciolto da ogni legame) in cui si decide se lasciarla proseguire, o se interromperla.
Immagino che qualche filosofo della scienza (Popper, ad esempio) avrebbe definito questo presupposto - implicito nell’ultima obiezione riportata - vertiginosa tautologia: si ha diritto a discutere di aborto, e di lì a decidere se abortire o meno, in quanto si decide se abortire o meno.
Sorpresa: nell’era della Scienza, che più di tutte rileva l’importanza di uno spazio oggettivo e condivisibile di discorso, uno dei temi più cruciali nel panorama etico-politico subisce l’interferenza di visioni, che dapprima discriminano a seconda dell’appartenenza di genere (in realtà ci si accorge presto che è una maschera), e che in ultimo fanno riferimento alla pura esperienza soggettiva, non mediabile, neppure comunicabile, in cui si dischiude la decisione libera e indeterminata, osservabile solo dai suoi effetti, di un no alla vita o di un alla vita. Ma va bene così, in fondo è proprio questo il nucleo dottrinale dei movimenti “pro choice”, che garantisce prima di ogni altra cosa tale ab-solutezza più spesso chiamata libertà, e come ho scritto all’inizio di questo lungo post, lo accetto e non starò senza dubbio a scendere in piazza coi cartelli “pro life”. Ma il concetto di cammino dell’umanità, inteso come il frutto della relazione, del dialogo interpersonale, del confronto e del crescere insieme, come nelle migliori retoriche progressistiche, è un’altra cosa.

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