domenica 11 aprile 2010

La capra, il cavolo, l'embrione.


Provo un certo disagio ad inaugurare questo blog con un argomento così scottante e di attualità, dato che la mia indole mi porta a fuggire in genere i grandi clamori mediatici, e certe volte ho l’impressione di essere specializzato nel parlare nei momenti meno opportuni, di argomenti che interessano pochi o nessuno. Ma da un po’ di tempo a questa parte scrivo solo su ispirazione. Avrei pensato di iniziare con un post sul metodo scientifico, o di rispolverare un vecchio commento ad Erri de Luca, ma quelle righe proprio non volevano uscire, neppure una parola, davvero il buio più totale. Ed ora invece mi ritrovo qui, sul finire di una giornata di Pasqua piovosa e opaca, per metà dedicata all’ozio, a parlare nientemeno che di ABORTO.
Come se non bastasse tutto il polverone in corso in questi giorni sulla Pillola RU-486, con i neo-governatori Cota e Zaia ai quali evidentemente non gliene frega un fico di godersi la vittoria elettorale per più di due giorni, con l’eco oscura dei comunicati vescovili, il sorgere immediato del fronte per i diritti civili, ed il moltiplicarsi di articoli, servizi, dibattiti in studio, fino alle più umili ma immancabili sentenze degli amici e ai loro link in bacheca, il tutto come un’immensa, assordante piramide di voci. Ebbene, tutto questo polverone mi ha fatto starnutire la mia idea.
Vorrei fosse subito chiaro che non si tratta di una provocazione, ma di una sincera domanda che mi è balenata nella testa. Oltretutto, che ci crediate o meno, questo è un argomento in cui davvero faccio fatica a schierarmi. Sono molto più pragmatico di quanto spesso non creda o non voglia essere, e se una società dimostra di funzionare salvaguardando il diritto di una donna ad interrompere la gravidanza, mi può anche star bene e non scenderò senza dubbio in strada con i cartelli antiabortisti. Al tempo stesso, delle vocine continuano ad echeggiare nella mia testa, o almeno delle perplessità, come quella che provo nel sapere che una convenzione di medici e scienziati ha stabilito che un embrione diviene vita umana individuale solo dal 15° giorno di sviluppo, quando non lo era fino alle 23.59 del giorno prima. Nessuno, ripeto nessuno, è ancora riuscito a mostrarmi quali siano i criteri assertivi (giacché la scienza, ricordiamocelo - anzi ricordatevelo - pone dei criteri per la formulazione delle sue asserzioni) per cui davanti ad un continuum biologico riuscire a proclamare ciò. Tanto più che, ho scoperto in seguito, trattasi di convenzioni diverse a seconda dei paesi(ma che scienza è??).
Forse è proprio il tentativo di trovare una terza via, un compromesso tra queste due mie “anime”, oltre che nei confronti di un dibattito epocale, ad aver fatto scaturire la mia idea. Del resto, il profilo del mediatore mi era uscito anche da uno di quei test di Facebook. Ma veniamo al dunque. Per mia fisima riporto l’idea con le testuali parole con cui la espressi la prima volta:

Scusate, io vedo e leggo di tutti questi casini sull’aborto, la pillola eccetera… Ma mi chiedo, per salvare capra e cavoli, una donna che è rimasta incinta e non vuole il bambino, non può partorirlo e darlo ad un’altra (che magari invece lo vuole e non può averlo)?

Spero sia chiaro che non intendo sentenziare nulla sull'embrione, sui diritti civili sui grandi temi, bensì proporre o anche solo immaginare una possibile opzione, quantomeno alternativa all’aborto in senso stretto.
Dico “salvare capra e cavoli” perché questa opzione rappresenterebbe a mio modo di vedere il compromesso migliore, sicuramente in rapporto alle dimensioni e alla perpetuità della polemica politico-sociale, e oso dire anche nel dilemma particolare di una gravidanza non attesa e non desiderata. Come ogni compromesso, comporterebbe un vantaggio per tutte le parti presenti sulla scena, accompagnato da una rinuncia egualmente distribuita tra tutte le parti. Vediamo come.
La donna rimasta incinta affronterebbe i mesi di gestazione, i cui disagi - parto compreso - al giorno d’oggi sono comunque più controllabili che nei tempi passati (d’altra parte nei tempi passati erano anche meno sofisticate le tecniche abortistiche) ma almeno non rimarrebbe legata per il resto dei suoi giorni ad un figlio non voluto.
Il Vescovo continuerebbe ad inveire contro la scelta egoistica della madre biologica; inorridirebbe all’idea di un gesto del genere, quasi che l’utero iniziale diventasse una sorta di affitto per l’altra donna a cui sarà donato il bambino; senza contare la svalutazione della maternità naturale, nell’eventualità di un sistema di disconoscimenti ed affidi su vasta scala, con conseguenze certamente dure per l’etica cristiana. Ma il bambino vivrebbe, la sacralità della vita così come intesa dalla Chiesa sarebbe salvaguardata, e almeno di questo il Vescovo dovrebbe essere contento.
Contento il bambino in questione, forse pure lui a metà: come tutti noi, un giorno si guarderebbe intorno, domandandosi che ci fa sputato in questo mondo. Da parte nostra potremmo dire lui: “fino al 15° giorno si pensava che fossi un ammasso di cellule estinguibile, ma nel dubbio abbiamo lasciato che ti continuassi a sviluppare. Adesso che sei grande puoi decidere tu se sentirti tale.”.
Contenta la madre o i genitori adottivi, la cui presenza direi è assicurata, date le statistiche sulle adozioni ed il fenomeno di sterilità in aumento, i quali potrebbero crescere ed educare il figlio fin dai primi giorni in cui è venuto alla luce.
Contente le casse della spesa pubblica sanitaria.
Contenti tutti.